Cooperativa sociale che offre servizi di ascolto, orientamento, formazione, accoglienza rivolti a detenuti/e, ex detenuti/e e persone che vivono in condizione di disagio sociale.

Tag: diritti umani (Pagina 2 di 2)

Morire di lavoro

LE PAROLE DI L

Il paradosso di questi anni è che si debba constatare la morte violenta di chi lavora “per campare” e che ci si stia abituando a queste tragedie. Il lavoratore non è più garantito ed è visto semplicemente come una sorta di mezzo di produzione. Per dirla in breve non si vive più per lavorare ma si muore di lavoro. Il “liberismo feroce” di questi anni, quello del “digrignar di denti” di certe oligarchie finanziarie sostenitrici della produttività ad ogni costo, il laissez-faire hanno portato a questo. Cosa dovremmo fare imbavagliarci e stare zitti? Fare finta di nulla di fronte a queste stragi? 

 

È avvilente questo politicamente “corretto” dei nostri leader intriso di demagogia, ogni volta che muore un lavoratore. Dippiù: provoca conati di vomito. 

Sono gli stessi politici che hanno tolto il reddito di cittadinanza a quei lavoratori (in nero) che percepivano 3 euro l’ora. Non si era mai vista, come negli ultimi anni, un’inclinazione così feroce alla produttività ad ogni costo, con buona pace dell’Articolo 36 della Costituzione

 

 «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.»

 

Questi fatti vorrebbero che si desse esecuzione a provvedimenti di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. Li faranno? Lo vorrei tanto.

 

Ci ostiniamo a credere che “un altro mondo sia possibile”. Proprio come quelli che urlavano, che manifestavano al G8 di Genova. (2001) Un altro mondo dev’essere possibile! L’Italia “derubata e colpita al cuore” quella che con grande intuizione aveva denunciato e previsto De Gregori non è il paese che vogliamo per le future generazioni

 

M49

È vietata la tortura: il XIX Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione

ALESSIA

Ogni anno l’associazione Antigone raccoglie il frutto del suo prezioso lavoro nel Rapporto sulle condizioni di detenzione che delinea la situazione delle persone ristrette nelle Carceri d’Italia e apre a più ampie considerazioni e riflessioni sulle tematiche che maggiormente incidono sulla vita di chi sta dentro. Il diciannovesimo Rapporto di Antigone, come si evince dall’imperativo che fa da titolo “è vietata la tortura” reca tra gli approfondimenti il focus sul reato di tortura, la quale esistenza è stata recentemente messa in discussione. 

 

«Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona». 

 

Con l’articolo 613 bis è stato introdotto nel codice penale italiano il reato di tortura. Così, dal 14 luglio 2017 l’associazione Antigone ha ricevuto numerose denunce da parte di persone detenute che hanno dichiarato di essere state vittime di azioni di violenza.  

Come riportato nel Rapporto di Antigone, prima di questa data, il nostro ordinamento non contemplava neanche la parola “tortura”, per l’utilizzo della quale l’associazione stessa si è battuta a lungo: non possiamo chiamarle botte, percosse o minacce, è tortura. Tortura che per definizione dell’attuale codice penale consiste in tutta quella serie di azioni che producono una profonda sofferenza fisica e/o psichica alle persone già prive della propria libertà. Dunque violenze di ogni genere, intimidazioni continue e durature nel tempo considerate – a buon ragione – fattori di degrado per la dignità della persona che le subisce. 

 

Di fronte alle Nazioni Unite, nel 2010 “al vaglio dello Human Rights Council” l’Italia si opponeva all’istituzione del reato di tortura per quelle stesse motivazioni che alcuni oggi tentano ancora di proporre: «la legislazione italiana ha disposto misure sanzionatorie a fronte di tutte le condotte che possono ricadere nella definizione di tortura (…). Pertanto, la tortura è punita anche se essa non costituisce un particolare tipo di reato ai sensi del codice penale italiano». Solo due anni più tardi, è stata la mano di un giudice a riaprire la ferita. 

 

Nel 2012, durante un processo seguito dall’associazione Antigone due persone ristrette nel carcere di Asti denunciavano di essere stati vittime di gravi atti di tortura. 

«I fatti avrebbero potuto agevolmente qualificarsi come tortura (ma) in Italia non è prevista alcuna fattispecie penale che punisca coloro che pongono in essere comportamenti che (universalmente) costituiscono il concetto di tortura». Quel “ma” ha un peso così importante. Pesa ancora oggi, se si pensa a tutte quelle persone che prima del 2017 non avevano alcun potere di fronte alle azioni di violenza prolungate nel tempo dai propri carnefici i quali gesti, seppure accusati, non sarebbero stati riconosciuti dalla legge come atti di tortura. Quelle azioni di tormento, ad oggi penalmente punibili, potrebbero tornare ad essere “legittimate” perché, qualcuno ha detto, la legge sul reato di tortura impedirebbe agli agenti di fare il loro mestiere… quello di infliggere supplizi?

La sentenza del 2012 e le parole del giudice hanno inevitabilmente fatto luce sulla mancanza di strumenti giuridici per rispondere alla tortura e ha richiamato l’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, grazie al cui necessario intervento dopo cinque anni è stato introdotto l’articolo di cui sopra.  

 

«Un testo non perfetto, ma che permette oggi di pronunciare quella parola nelle aule di tribunale. Tornare indietro non si può, come fortemente abbiamo voluto sottolineare con il titolo del presente Rapporto» – c’è scritto nel Rapporto di Antigone.

Non si può tornare indietro, sarebbe contro ogni principio e senso di umanità, ingiustamente scorretto nei confronti delle persone che nonostante siano recluse per aver commesso reati, restano persone appunto.

D’altronde, concordiamo con  Zerocalcare: i principi non vanno a simpatia.

 

Un borghese piccolo piccolo

Il seguente articolo, redatto dal nostro ricercatore spossato, famelico e instancabile sognatore di un mondo senza pregiudizi e diseguaglianze, ruota attorno al tema del giovane borghese: dal titolo di un film degli ultimi anni Settanta, diretto da Mario Monicelli e tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami. Il film sembra rappresentare una resa incondizionata alla trasformazione della società, riflessa nella figura del Vivaldi. 
Monicelli, secondo il critico cinematografico Gian Piero Brunetta intende affermare l’«irrappresentabilità degli italiani, per perdita irreversibile di tutti i caratteri positivi».
LE PAROLE DI L

“Pensa a te Mario, pensa solo a te figlio mio. Per noi gli altri non esistono. L’ha detto uno che c’aveva due palle così”. 

Sono parole di Alberto Sordi in veste di Giovanni Vivaldi che parlava a suo figlio. Un grandissimo ed indimenticabile film del 1977. Quel personaggio, Giovanni Vivaldi è attualissimo, ci riporta al “familismo patologico” di un certo recente populismo. Un “familismo” che nel suo involucro populista non cura le ingiustizie sociali, ma le amplifica rischiando di farle “esplodere”. 

 

È successo 100 anni fa in Italia e negli anni ‘30 in Germania. C’è una preoccupante onda che si sta estendendo in tutta Europa. Non c’è “chiave” di lettura migliore per interpretare quanto si sta verificando. 

 

Negli ultimi decenni c’è stata una globalizzazione distorta dai mercati internazionali che ha finito con l’aumentare dei conflitti sociali creando nella “piccola borghesia”, nei giovani “Vivaldi” ansie e paure su temi sociali, economici e identitari.

 

Il giovane “Vivaldi” del XXI secolo di memoria “sordiana” chiede certezze, leader dalla postura feroce. Accetta e sostiene, ma non lo sa ancora, la retorica e la demagogia che gli viene malignamente inculcata.

“Il borghese piccolo piccolo” vive nel familismo più feroce, vede nella “difesa etnica” dei confini, dei muri e di quelli ideologici qualcosa di “salvifico”.

 

Il giovane “Vivaldi” del XXI secolo disprezza gli ultimi, gli emarginati, i profughi, i diversi, gli omosessuali. Vede in essi la causa del suo malessere. Quando il “borghese piccolo piccolo” non crede più a niente, ecco che finisce di credere a tutto. Anche a queste oscenità, a questi luoghi comuni. 

 

“Ma noi dobbiamo vivere e sopravvivere senza perderci d’animo mai!” –  sono d’accordo con te, Vasco. 

M49 (L’orso) 
Articoli più recenti »