Cooperativa sociale che offre servizi di ascolto, orientamento, formazione, accoglienza rivolti a detenuti/e, ex detenuti/e e persone che vivono in condizione di disagio sociale.

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Carceri: dalle rivolte alla riforma

ANDREA

Nel settembre dello scorso anno la notizia di disordini e di una rivolta scoppiata tra i detenuti del carcere di Regina Coeli a Roma ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica l’annoso problema delle condizioni di vita delle persone detenute e delle problematiche connesse alla vita detentiva. Una protesta di questa portata non si registrava da anni, addirittura un’intera sezione dell’istituto romano è stata colpita dalla sommossa, che ha provocato incendi e ha reso l’intero reparto inagibile, con il conseguente trasferimento dei detenuti che vi erano ristretti. Il dibattito pubblico sul tema, purtroppo, è condizionato dalle valutazioni populistiche dei politici, da affermazioni date in pasto ai media che tendono ad alimentare il pregiudizio verso il carcere e verso le persone che, loro malgrado, lo abitano o lo hanno abitato. 

 

Per questo motivo è complesso affrontare questa tematica, che necessiterebbe di ben altro spazio e di un’analisi più approfondita. Oggi vogliamo concentrarci sulle rivolte carcerarie avvenute in Italia, soprattutto su quelle degli anni 60/70 del secolo scorso, e sulla pressione esercitata allora sull’opinione pubblica e sulla politica, che ha portato alla stesura dell’ordinamento penitenziario del 1975.

 

Il tema della rivolta carceraria da sempre ha colpito la fantasia dell’opinione pubblica, incentivata da rappresentazioni non sempre realistiche veicolate dai media e dalla produzione artistica in vari campi (cinema, musica, teatro…).

Il contesto degli anni Sessanta che conduce alle rivolte delle carceri

Negli anni ‘60, grazie al diffondersi di ideali politici di rottura e alla centralità data ai diritti umani dai movimenti politici attivi in varie parti del mondo, una nuova coscienza sociale ha portato ad una crescente insoddisfazione nei confronti delle istituzioni penitenziarie. La funzione repressiva e punitiva, fino ad allora imperante, portava il carcere ad essere una sorta di discarica sociale, in cui venivano relegati gli elementi più scomodi, marginali, in un’ottica di repressione di classe. Numerosi studiosi iniziano ad affrontare il tema della repressione e delle istituzioni totali, tra i più popolari a livello mondiale inseriamo sicuramente Erving Goffman, il quale si concentrò maggiormente sull’istituzione del manicomio e sulla gestione della salute mentale, ma i parallelismi tra manicomio e carcere sono palesi ed ovvi, se letti entrambi utilizzando concetti come quello di “istituzione totale”, coniato da Goffman ed entrato ormai nel vocabolario comune.  Tra gli altri studiosi che hanno contribuito, con le loro opere, ad un approccio critico nell’affrontare il tema del carcere e delle istituzioni totali più in generale ricordiamo Michel Foucault (“Sorvegliare e punire. Nascita della prigione” uscito nel 1975) e, in Italia, lo psichiatra Franco Basaglia, molto attivo nella battaglia per l’umanizzazione dell trattamento psichiatrico, che ha portato alla fondamentale e innovativa legge che ancora oggi porta il suo nome. Il dibattito che è seguito alle analisi degli studiosi è riuscito quindi ad influenzare la politica, rendendo il tema della riforma del sistema carcere una priorità in Italia.

 

Riguardo alla situazione carceraria in Italia è da menzionare un’opera pioneristica, consigliandola a chi non l’avesse ancora letta, ovvero il seminale testo uscito nel 1971: “Il carcere in Italia” di Rizzi e Salierno, una fotografia impietosa del carcere pre-riforma dell’ordinamento penitenziario. 

Salierno offrì una panoramica approfondita del carcere pre-riforma, utilizzando la propria esperienza personale di detenuto, e applicando una lente critica che lo portò a mostrare le contraddizioni in cui versava il sistema penitenziario precedente al 1975, specchio di forti disuguaglianze sociali. Il lavoro di Salierno portò quindi a considerare il carcere non soltanto come un luogo di detenzione, ma come un contesto in cui emergevano con chiarezza le complesse dinamiche di potere, esclusione e marginalizzazione dei reietti della società.

 

Le rivolte, adottando quest’approccio, non vengono viste semplicemente come atti di ribellione, ma come manifestazioni di idee importanti, espressioni di una richiesta profonda di dignità e giustizia sociale proveniente da individui di fatto abbandonati dalla società, relegati in una istituzione che fino a quel momento ha avuto la funzione di raccoglitore del disagio, con lo scopo di mettere da parte e togliere dalla visibilità pubblica gli elementi considerati pericolosi, che avrebbero rischiato di minare alla base la sicurezza della società borghese del secondo novecento. Salierno nel suo imponente lavoro affrontò e denunciò la violenza istituzionale e gli abusi di potere, purtroppo all’ordine del giorno, l’isolamento e la spersonalizzazione delle persone recluse e la mancanza di programmi rieducativi. L’importanza del lavoro di Salierno e delle riflessioni che ne sono scaturite ha condizionato il clima politico del tempo. Tra gli addetti ai lavori il suo testo ha avuto molto successo, essendo la prima ricerca sul campo, facilitata dall’esperienza detentiva vissuta dall’autore. Le politiche pubbliche che investivano il mondo carcerario quindi, nell’idea di Giulio Salierno, andavano riformate radicalmente, le pratiche all’interno delle carceri andavano ripensate, bisognava rielaborare il concetto di riabilitazione, sostituendolo a quello, ormai obsoleto ed ingiusto, di mera punizione.

Le rivolte e i detenuti politici

Già dal 1945 in Italia si affacciarono fatti di cronaca che avevano come protagonisti i detenuti e le loro rivolte, ma per una presa di coscienza vera e propria, e per parlare di movimento dei detenuti, dobbiamo aspettare le lotte dei detenuti avvenute nel biennio 1968/1969. In quegli anni la composizione della popolazione detenuta stava cambiando radicalmente: molti giovani provenienti dai movimenti politici antagonisti entravano in carcere, come conseguenza della repressione esercitata su chi partecipava ad attività politiche, anche violente, ormai diffuse su tutto il territorio italiano e non solo. Per la prima volta entravano in massa nuovi detenuti, con un background politico definito e una formazione scolastica più avanzata di chi fino a quel momento aveva riempito le carceri italiane. Si diffuse quindi a macchia d’olio il dissenso tra le persone detenute di tutta la penisola, questa volta in una forma di movimento sociale più strutturato che, a differenza delle ribellioni avvenute dal secondo dopoguerra in poi, che avevano come obiettivo la risoluzione di singole questioni pratiche e rivendicazioni inerenti la vita quotidiana, aveva come obiettivo dichiarato una riforma profonda del sistema penitenziario, una riforma radicale che doveva modificare quel luogo che fino ad allora era destinato alla punizione e a null’altro.

Le rivolte carcerarie esprimevano una manifestazione di malessere profondo e radicato, tendevano a far emergere le contraddizioni insite nel sistema penitenziario, evidenziando le ingiustizie e la natura profondamente classista della giustizia italiana. Il deflagrare delle rivolte carcerarie ha quindi portato l’opinione pubblica a focalizzarsi sul carcere, a cominciare a riflettere sul futuro delle persone che vi sono ristrette. La pressione dell’opinione pubblica ha portato all’azione il sistema politico, con la stesura di un ordinamento ancora oggi considerato all’avanguardia per le soluzioni proposte in ottica rieducativa e di reinserimento sociale

Carceri: dalle rivolte alla riforma

Il culmine di questo processo appare quindi nel 1975 con la riforma dell’ordinamento penitenziario italiano, ancora in vigore, che ha introdotto concetti molto all’avanguardia per il tempo come quello di reinserimento sociale, di trattamento, di osservazione scientifica della personalità, di misure alternative alla detenzione. La multidisciplinarietà è la chiave per comprendere al meglio la personalità della persona detenuta, per elaborare un percorso di reinserimento sociale valido, finalizzato al reale reinserimento. La sfida dell’ordinamento penitenziario e della ventata politica del tempo fu riposta nell’idea di trasformare le carceri da luoghi di punizione a spazi dedicati alla riabilitazione e al reinserimento. I programmi educativi e formativi, nell’idea che ha ispirato il legislatore, possono ridurre il tasso di recidiva, e contribuire quindi a modellare una società più giusta. 

Sicuramente i movimenti politici, sia interni che esterni al mondo carcerario, hanno influenzato le scelte politiche che hanno portato alla riforma del 1975.

La domanda che ci poniamo oggi è la seguente: è possibile che le rivolte carcerarie recenti siano nuovamente un campanello d’allarme che non possa essere trascurato, che meriterebbe come risposta una presa di coscienza del problema-carcere da parte della politica, la quale dovrebbe aprire una riflessione seria che coinvolga gli addetti ai lavori e le persone detenute per portare ad una nuova svolta, ad un ulteriore passo in avanti verso un’istituzione carceraria diversa da quella che conosciamo, più in linea con quello che è il suo mandato costituzionale?

La speranza, vista la criticità del sistema penitenziario che vediamo oggi, è che si colgano gli input provenienti anche dall’Unione Europea, finalizzati a rendere più umano e non degradante il percorso carcerario in Italia, che ciò porti ad una consapevolezza diffusa che le migliaia di corpi ammassati nelle carceri italiane in condizioni spesso difficili, in realtà sono abitati da persone, individualità portatrici di diritti al pari di chi non è nella condizione di detenuto, e ancor di più: le persone detenute possono essere delle risorse per la collettività, possono e devono diventarlo. Il compito della politica a questo punto sarebbe il favorire la costruzione di un sistema diverso, in cui ci siano effettivamente pari opportunità per tutte e tutti, realizzando quanto previsto dalla Costituzione del 1948.

 

Per concludere il tema affrontato ci concediamo una digressione nel mondo della musica italiana, riportando un testo che esprime molto i concetti finora espressi, frutto di una delle menti più sensibili ed acute mai esistite nel panorama musicale italiano: Fabrizio De Andrè.

La sua “Nella mia ora di libertà”, uscita nel 1973, ci catapulta direttamente nel contesto di quegli anni, raccontando la storia di un detenuto e della sua presa di coscienza politica avvenuta in carcere, esperienza che culmina con una rivolta carceraria. Ci sono tutti i temi che abbiamo affrontato in questa parziale disamina, arricchiti dalla potenza evocativa della poetica di Fabrizio De André, in una testimonianza splendida che non può lasciare indifferenti.

 

Fabrizio De André – Nella mia ora di libertà

Di respirare la stessa aria

D’un secondino non mi va

Perciò ho deciso di rinunciare

Alla mia ora di libertà

Se c’è qualcosa da spartire

Tra un prigioniero e il suo piantone

Che non sia l’aria di quel cortile

Voglio soltanto che sia prigione

Che non sia l’aria di quel cortile

Voglio soltanto che sia prigione

È cominciata un’ora prima

E un’ora dopo era già finita

Ho visto gente venire sola

E poi insieme verso l’uscita

Non mi aspettavo un vostro errore

Uomini e donne di tribunale

Se fossi stato al vostro posto

Ma al vostro posto non ci so stare

Se fossi stato al vostro posto

Ma al vostro posto non ci so stare

Fuori dell’aula sulla strada

Ma in mezzo al fuori anche fuori di là

Ho chiesto al meglio della mia faccia

Una polemica di dignità

Tante le grinte, le ghigne, i musi

Vagli a spiegare che è primavera

E poi lo sanno, ma preferiscono

Vederla togliere a chi va in galera

E poi lo sanno, ma preferiscono

Vederla togliere a chi va in galera

Tante le grinte, le ghigne, i musi

Poche le facce, tra loro lei

Si sta chiedendo tutto in un giorno

Si suggerisce, ci giurerei

Quel che dirà di me alla gente

Quel che dirà ve lo dico io

Da un po’ di tempo era un po’ cambiato

Ma non nel dirmi amore mio

Da un po’ di tempo era un po’ cambiato

Ma non nel dirmi amore mio

Certo bisogna farne di strada

Da una ginnastica d’obbedienza

Fino ad un gesto molto più umano

Che ti dia il senso della violenza

Però bisogna farne altrettanta

Per diventare così coglioni

Da non riuscire più a capire

Che non ci sono poteri buoni

Da non riuscire più a capire

Che non ci sono poteri buoni

E adesso imparo un sacco di cose

In mezzo agli altri vestiti uguali

Tranne qual è il crimine giusto

Per non passare da criminali

Ci hanno insegnato la meraviglia

Verso la gente che ruba il pane

Ora sappiamo che è un delitto

Il non rubare quando si ha fame

Ora sappiamo che è un delitto

Il non rubare quando si ha fame

Di respirare la stessa aria

Dei secondini non ci va

E abbiam deciso di imprigionarli

Durante l’ora di libertà

Venite adesso alla prigione

State a sentire sulla porta

La nostra ultima canzone

Che vi ripete un’altra volta

Per quanto voi vi crediate assolti

Siete per sempre coinvolti

Per quanto voi vi crediate assolti

Siete per sempre coinvolti

Libere di Scegliere: il Progetto PRIN PHOENIX

Percorsi di rinascita per donne e bambin3 in condizioni di marginalità

TIZIANA
Il 14 febbraio 2025, presso l’Università Roma Tre, si è tenuto il convegno Libere di Scegliere, un evento di grande rilievo che ha presentato i primi risultati della ricerca condotta nell’ambito del progetto PRIN PHOENIX. Questo studio, finanziato come Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale, vede la collaborazione delle Università di Firenze, Roma Tre e Foggia, con l’obiettivo di indagare e contrastare la marginalità femminile.

Il cuore della ricerca: comprendere e supportare le donne in condizioni di vulnerabilità

Le relatrici, coordinatrici del lavoro di ricerca, hanno condiviso esperienze profonde ed emozionanti emerse dall’incontro con donne ospitate in case di accoglienza o rifugio. Attraverso interviste dirette, si è evidenziato come l’interazione con queste persone abbia trasformato non solo il loro percorso di ricerca, ma anche il loro approccio emotivo e relazionale.

Il progetto PRIN PHOENIX si propone di creare reti di accoglienza efficaci, capaci di contrastare il senso di solitudine e abbandono interiorizzato da chi ha vissuto maltrattamenti e violenze. Un aspetto chiave emerso durante il convegno è stato il ruolo del lavoro e dell’inserimento professionale come strumenti per restituire dignità e autonomia alle donne che vivono in condizioni di marginalità.

La Genitorialità consapevole e il percorso di sorellanza

Un punto di particolare interesse è stato il lavoro con madri che hanno subito violenza, mettendo in luce l’importanza di un percorso di acquisizione di una genitorialità consapevole e responsabile. La violenza subita, infatti, influisce non solo sulla donna, ma anche sulle sue risorse per crescere i/le propr3 figl3 in un ambiente sicuro.

Le interviste sono state vissute come un momento di sorellanza, un’occasione in cui le persone hanno potuto trovare solidarietà, ascolto e consapevolezza reciproca. Questo ha sottolineato il ruolo cruciale delle ricercatrici non solo come studiose, ma anche come figure di supporto e vicinanza.

La formazione del personale e la riprogettazione dei servizi

Un altro aspetto fondamentale emerso dal convegno è stato il nodo della formazione del personale che opera nei centri di accoglienza. Il progetto mira a individuare le competenze essenziali per chi lavora con donne vulnerabili, fornendo strumenti adeguati per affrontare le sfide della marginalità femminile.

L’area di lavoro privilegiata è stata l’intervista e la raccolta di dati attraverso un percorso esclusivamente orale. Dai risultati è emersa la necessità di ripensare e ampliare i servizi dedicati, non solo per sostenere le donne nel percorso di consapevolezza della loro condizione, ma anche per accompagnarle verso l’emancipazione.

Donne e detenzione: oltre lo stigma

Un tema particolarmente delicato affrontato nel convegno è stato quello della detenzione femminile. Il carcere, oltre alla pena, porta con sé lo stigma della donna colpevole, aggravato dal senso di abbandono che le madri detenute provano nei confronti dei/lle figl3.

Anche in questo contesto emerge la necessità di una nuova progettazione educativa, che permetta alle donne di ripensare alle proprie aspirazioni e di acquisire consapevolezza della loro condizione. Il concetto di empowerment diventa essenziale per fornire strumenti di capacitazione che consentano alle donne di ricostruire la propria vita, dentro e fuori dal carcere.

Guardare al futuro: libere di scegliere

Il convegno ha posto l’accento sull’importanza di lavorare per il dopo, per il momento in cui queste donne dovranno riprendere in mano la propria vita. L’uso delle abilità apprese, il supporto delle reti sociali e l’inserimento lavorativo rappresentano le chiavi per una vera rinascita.

Il progetto PRIN PHOENIX non si limita a un’analisi della marginalità, ma si propone come un percorso concreto di riscatto, dando voce a chi troppo spesso viene lasciato ai margini e offrendo strumenti per una reale trasformazione personale e sociale.

Vita in carcere

Fuori dal contesto di criminalità in cui è entrato da giovanissimo, dopo anni di reclusione e vicino come non mai alla libertà, C riflette sulle condizioni che hanno accompagnato la sua vita in carcere.
In un periodo storico in cui le pene aumentano a dismisura, la criminalizzazione delle marginalità si moltiplica e le vite recluse perdono continuamente fette fondamentali della dignità umana, ragionare sui contesti non è mai stato forse così importante, o forse lo è sempre stato ma non si è mai fatto abbastanza.
Ridurre tutto agli atti delinquenziali senza pensare ai vissuti delle persone che li hanno commessi è il rischio che conduce a pensare attraverso categorie escludenti che invece di combattere la violenza e la criminalità l’alimentano con sempre nuove e più subdole forme. Oggi guardiamo la realtà per quella che è attraverso le parole di C ma non solo, guardiamo a quella realtà nascosta del carcere, guardiamo alle sue contraddizioni e alle sue ipocrisie ripercorrendo alcuni ricordi di chi è uscito a fatica dal 41bis.   
LE PAROLE DI C

Scorcio di vita in carcere 

Quando mi hanno dato il permesso e quindi ero uscito dal 41bis, andavo a discutere una cosa che si chiama “Collaborazione impossibile”. Cioè questo giudice doveva prendere tutte le sentenze dei miei processi ed esaminarle. Per dire, io e Tizia andiamo a fare un omicidio, il giudice dice che se questo fatto è stato commesso da voi due ed è stato tutto chiarito tu puoi accedere al beneficio. Diciamo ad esempio che dopo l’omicidio vado a buttare la pistola e questa pistola non si trova, il giudice dice che non è tutto chiarito. A me era tutto chiarito perché avevamo un tot di collaboratori di giustizia di cui uno di questi stava con me notte e giorno. Allora mi hanno dato il permesso, nel senso che mi hanno dato accesso ai benefici. Da quel momento non sono più considerato un mafioso. Allora la prima cosa qual è? Quella di prendere un non mafioso e toglierlo da in mezzo ai mafiosi. O no? Il giorno prima del permesso un agente mi chiama ad alta voce – per far sentire a tutti – chiedendomi l’orario in cui sarei uscito. Sono stato sommerso dai bigliettini, chi voleva una cosa, chi un’altra. Mi arriva un bigliettino con un numero di telefono, chiedo all’agente cosa devo fare: buttarlo, consegnarlo o fare la telefonata? L’agente guarda il bigliettino e me lo ridà, affermando fosse solo un numero di telefono, quindi potevo tenerlo senza problemi. Dopo 10 minuti vengo chiamato dal comandante che voleva farmi rapporto! Ho capito che mi avevano incastrato e in seguito alla mia reazione un po’ violenta, mi sono fatto 11 giorni di isolamento. Dopo 6 mesi da un rapporto disciplinare si può accedere nuovamente ai permessi. Io sono uscito dopo 5 anni! Tra l’altro quando è successo questo fatto io stavo discutendo la semilibertà, quindi sarei potuto uscire molti anni fa.

 

Sono stato trasferito in un altro carcere. Quando sono arrivato l’educatore che ha fatto? Si è seduto con le mie carte davanti, mi ha guardato e mi ha detto: “Ma lei non sarebbe mai dovuto uscire dal carcere, ma chi l’ha autorizzato?”

“Come infatti mi è costato cinquanta mila euro il primo permesso”.

“Lei fa anche dell’ironia!”

“Il magistrato mi ha fatto uscire, mica sono uscito io…”

“Eh ma qua non funziona così”.

Dopo due giorni la direttrice mi chiama e mi dice: “Qua non succederà mai che lei possa uscire dal carcere senza il mio parere favorevole” io l’ho guardata e le ho detto “Va bene”. 

 

Per quel parere favorevole, 5 anni. Dopo che gli abbiamo allestito una bellissima pasticceria, pe’ 5 anni hanno mangiato dolci gratis…

Alla ricerca del tempo perduto

Osservazioni sulle riforme dell’Ordinamento Penitenziario in Italia

MULLI – 12 agosto 2024

Sono passati esattamente ad oggi undici anni dalla costituzione con DM 2 luglio 2013 della Commissione Giostra, dal nome del suo Presidente docente di Diritto Processuale Penale alla Sapienza di Roma, meglio denominata “Commissione di studio per elaborare una proposta di interventi in tema di ordinamento penitenziario e in particolare di misure alternative alla detenzione”.

Gli atti della Commissione sono rimasti lettera morta, e le sue numerose pagine, possono essere tuttalpiù utilizzate per “incartar sardelle” rubando il termine a Giannone in relazione alle leggi e alla interpretazioni di Giudici e Avvocati del Regno di Napoli rimaste inascoltate, meglio inapplicate.

L’unica riforma, quella riconducibile a Guardasigilli Orlando del Governo Renzi del 2018, volta a modificare il nostro sistema carcerario restò lettera morta e il progetto di legge fu affossato dagli esecutivi successivi, sia di destra che di sinistra, succedutesi negli anni. Per estrema viltà, o meglio per mancanza di coraggio nell’adottare soluzioni migliorative alla condizione di chi era ed è condannato a pena definitiva o detenuto, di fronte ad un’opinione pubblica che non avrebbe ben compreso le profonde ragioni degli interventi diretti a migliorare l’Ordinamento Penitenziario.

 

Né di riforma sostanziale si può scrivere riguardo alla cd Cartabia, che si è limitata a modificare ed ad attuare a distanza dalla Legge di Depenalizzazione, la 689 del 1981, il sistema delle pene alternative alla detenzione, con un ritardo di oltre quaranta anni, riconoscendo anche ai Giudici del Processo rispetto a quelli di Sorveglianza la facoltà di applicarle in casi ben determinati, con aggravio di attività da parte degli Uffici di Esecuzione Esterna (UEPE).

Una goccia nel mare. Né certamente si può scrivere di modifica del nostro Ordinamento Penitenziario, in riferimento al Progetto di Riforma cd Nordio, appena licenziato dalla Camera.

Anzi nel leggere il contenuto della norma, è evidente a tutti, che la soluzione del Problema Giustizia, non può, da parte mia aggiungerei non deve, risiedere solo ed esclusivamente nella previsione di un piano di intervento per la realizzazione di nuovi istituti carcerari, ma deve necessariamente comportare soluzioni immediate a migliorare l’attuale condizione personale di chi è detenuto o per pena definitiva o in alcuni casi, troppi per la verità, in attesa di giudizio.

Anche la possibilità per chi detenuto, di attivarsi il lavori di pubblica utilità, con nuovo comma introdotto nell’Art. 21 OP, non rappresenta una novità, limitandosi a riproporre quanto già disposto nell’Art. 20 ter, norma rimasta per lo più inattiva, se non in alcuni Istituti Carcerari per illuminata Volontà di chi li dirigeva, e non comportando benefici carcerari in relazione alla pena da scontare di chi usufruisce della misura.

Poco o nulla in breve, e non mi dilungherò ulteriormente, tranne che per rimarcare, se ce ne fosse ulteriore necessità, che nel frattempo chi è detenuto continua a patire condizioni indegne, con esperienze che definire devastanti è riduttivo e che di conseguenza, chi non riesce a venirne fuori, non trova altra soluzione che porre fine alla propria esistenza in questa torrida estate del 2024, nell’assoluto silenzio della politica, che non è in grado, o meglio non vuole, mettere fine a questa situazione che rappresenta, prima che una vergogna, un fallimento non solo per le Istituzioni, ma per tutta la società civile.

Alla “Ricerca del Tempo Perduto” dunque, o meglio “Adelante Pedro con judicio”.

Assorbenti per le persone detenute – sensibilizzazione e raccolta

Assorbire il cambiamento – Vivere il ciclo in carcere  

  • CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE E INFORMAZIONE SULLE QUESTIONI RELATIVE LE MESTRUAZIONI IN CONDIZIONI RISTRETTE
  • RACCOLTA E DONAZIONE DI SLIP MESTRUALI E ASSORBENTI PER LE PERSONE DETENUTE

Nella Giornata Internazionale della Donna vogliamo condividere e rendere ufficialmente pubblico il progetto che stiamo tessendo da mesi: “Assorbire il cambiamento”. Sono importanti le ricorrenze, sì ma non ci bastano.

Nel 2024 continua a versarsi un mare di discriminazioni, abusi e violenze sui corpi e le vite delle donne. Le lotte per i diritti, per i mutamenti necessari delle pratiche e politiche egualitarie delle identità di genere tutte si scontrano con una realtà nutrita da una cultura patriarcale, maschilista e paternalistica che ha costruito nei secoli profondi solchi nell’identificare gli individui secondo un netto binarismo e caratterizzarli seguendo principi che inneggiando alla “verità naturale e biologica”  hanno finito per determinare gli squilibri di potere che ancora oggi segnano i rapporti tra gli esseri delle comunità umane internazionali. 

L’otto marzo è tutti i giorni, come il venticinque novembre, come ancora tutte le giornate nazionali e internazionali istituite per ricordare e promuovere i diritti umani. 

 

Cogliamo oggi l’opportunità per tornare a parlare di carcere al femminile. Ci siamo chiest3: come vivono il ciclo le persone recluse negli istituti penitenziari italiani?  Gli assorbenti per le persone detenute sono abbastanza? Come vengono consegnati? 

Il P.I.D. Pronto Intervento Disagio Onlus, in occasione della Giornata dell’Igiene mestruale del 28 maggio, organizza una Campagna di raccolta assorbenti per il carcere femminile  e per le persone in esecuzione penale esterna ospiti all’interno di strutture di accoglienza.

La campagna, iniziata due anni fa, con la collaborazione di altre realtà del terzo settore romano, quest’anno prende il via sotto nuove vesti grazie al progetto “Assorbire il cambiamento”, a sua volta parte del più ampio progetto “POSTER. Pratiche oltre gli stereotipi”. 

Tra le attività promosse, oltre alla donazione di assorbenti per le persone detenute, sono previsti laboratori e incontri all’interno di Istituti femminili per promuovere maggiore consapevolezza sulle tematiche riguardanti il ciclo mestruale e la conoscenza dei “nuovi” prodotti igienico sanitari più ecologici quali coppetta, slip e mutande assorbenti. 

Il progetto ha lo scopo di portare un beneficio concreto alle persone recluse grazie alla donazione di materiali sanitari, di accendere l’attenzione della società, delle istituzioni e della cittadinanza sulla condizione delle donne recluse, nonché di raggiungere un cambiamento sistemico della questione affrontata.

Le donne sono una piccola minoranza della popolazione detenuta, poco più del 4% (2.392 secondo i dati rilevati fino al 31 dicembre 2023) e si confrontano con tutte le problematiche legate al sistema penitenziario, alle quali si aggiungono specifiche questioni, accentuate dal fatto che la detenzione è pensata per un mondo al maschile che non prevede le diverse identità di genere

In carcere gli assorbenti, così come altri prodotti consentiti, possono essere acquistati attraverso il cosiddetto “sopravvitto”, una sorta di negozio interno all’Istituto Penitenziario al quale possono accedere solo coloro che hanno soldi sul conto corrente interno. Chi non ha possibilità economica e di conseguenza non può acquistare, deve adeguarsi alla fornitura dell’Amministrazione Penitenziaria che, se non trascura questo aspetto, non riesce a garantire la scelta di un modello, di una marca o le quantità necessarie di assorbenti in base alle singole esigenze.

 

La raccolta di assorbenti per le persone detenute comincia venerdì 8 marzo 2024 e si conclude giovedì 23 maggio 2024:

  • si possono donare assorbenti classici di qualsiasi marca e modello e gli slip assorbenti, mentre i tamponi in carcere non possono entrare. 

I materiali donati possono essere consegnati presso i seguenti punti di raccolta nei giorni e negli orari indicati:

  • Casa delle donne Lucha Y Siesta: Via Lucio Sesto, 10 – Mercoledì dalle 11:00 alle 13:00, dalle 16:00 alle 17:00 e Giovedì dalle 12:00 alle 13:30.
  • Associazione Libellula: Viale Giustiniano Imperatore 280/A – Lunedì dalle 15:30 alle 18:30.
  • L’Archivio 14: Via Lariana, 14 – Mercoledì e Venerdì dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 17:00 alle 19:00, Giovedì dalle 17:00 alle 19:00.

Se non si ha la possibilità di recarsi in uno dei precedenti punti di raccolta, i materiali possono essere spediti alla Sede legale della Cooperativa PID Onlus, all’indirizzo: Via Eugenio Torelli Viollier, 109 – 00157 Roma

 

Continua a seguire gli aggiornamenti sui nostri canali social per saperne di più sulle questioni relative le mestruazioni in carcere, i tabù del ciclo e la raccolta di assorbenti per le persone detenute.

A un anno dalla nascita del blog

Il 13 febbraio dello scorso anno abbiamo pubblicato “ufficialmente” questo blog. Dopo mesi di preparazione, di aspettative, di negoziazioni si è detto a un certo punto: «Ok, puoi andare».

 

Passo dopo Passo è nato con tanti obiettivi, tante speranze e prospettive che in un anno non hanno fatto altro che moltiplicarsi. Se inizialmente abbiamo dato quasi un taglio diaristico, con le voci delle persone detenute all’interno delle strutture di accoglienza gestite della cooperativa PID Onlus, con il tempo si sono aggiunti punti di vista e penne critiche che hanno determinato quel che a me piace chiamare “la rubrica del ricercatore spossato”. C’è chi scrive delle proprie esperienze di dentro, chi decide di dire la sua su un fatto di cronaca, chi vuole raccontare il proprio lavoro, chi ancora riorganizza tutte queste informazioni con la speranza di aprire riflessioni più ampie. Abbiamo utilizzato e continueremo a utilizzare questo blog per dire dei progetti o per informare sulle questioni del carcere in Italia. Scorrendo tutti i 60 articoli prodotti fin qui cresce dentro un senso di soddisfazione generativa che dà risposta alla domanda che tante volte mi sono ritrovata a pormi: «perché lo fai?». Per non parlare del fatto che mi è quasi impossibile selezionare “articoli preferiti”, tutti sono unici a loro modo per il semplice motivo per cui sono stati scritti. 

È travolgente la micro realtà in cui ti immergi.

Così l’abbracci.

Esseri umani: questa la parola che più ho sentito pronunciare durante le mie chiacchierate con le persone seguite dal PID.

Esseri umani in quanto partecipi del rapporto tra individui, persone.

Le dinamiche che si intrattengono in Carcere, l’immediatezza dei ruoli, la consapevolezza sbiadita: fuggevole, attrice, di protesta e sostanziosa – la voce che racconta la complessità della vita.

Questa la realtà, il motivo della nascita di Passo dopo Passo sorge spontaneo.

A un anno dalla nascita del blog abbiamo vissuto avventure di ogni tipo, dall’organizzazione dell’evento celebrativo del nostro lavoro come cooperativa-famiglia, ai primi passi oltre i cancelli del carcere. Ho avuto la fortuna di vedere le persone uscire, ricostruire nuove libertà e nuove opportunità, ho ascoltato la pienezza delle parole «ho finito, non ho più nulla da pagare, ho pagato tutto». Le persone hanno attraversato la casa famiglia, l’hanno vissuta imprimendo la propria traccia sui balconi colorati di un semplice appartamento romano, raccontando parte della loro storia al mio registratore e lasciando che quella storia arrivasse a voi, su questo blog. Un po’ custode di qualcosa che doveva essere detto, che voleva essere narrato. 

Ogni settimana, da quando abbiamo aperto il blog, mi metto a pensare a cosa pubblicare. Non è semplice perché vorrei scrivere robe super “accademiche”, dimenticando che l’obiettivo iniziale era far parlare chi il carcere l’ha vissuto (e magari lo vive ancora). Da quando ho incontrato O, nonostante le difficoltà iniziali, nonostante ancora oggi a volte la comunicazione sia tutt’altro che semplice, il giovedì ricevo puntualmente articoli di innegabile coinvolgimento emotivo. Mi ricorda perché non posso smettere anche se a leggerci siete in pochi, perché mi piace quello che ho scelto di fare, perché ho “bisogno” di continuare a formarmi. 
Quanto è bella la voglia di condividere la propria voce anche quando nessuno l’ascolta o anche quando magari non riceve prontamente risposta. 

A un anno dalla nascita del blog abbiamo visto il mondo chiudersi lentamente e con ferocia, abbiamo sentito stringere il nodo alla gola, la paura che professionalità, dedizione e pazienza non sarebbero più bastati a svolgere al meglio il nostro lavoro. Che le persone detenute, un po’ di più di tutte le altre, non avrebbero neanche più avuto quei pochi diritti che faticano a stringere nelle mani. E tutto sempre con la consapevolezza di quanto sia semplice essere fraintesi quando si parla di carcere, di detenzione, di persone che hanno leso altre persone o le loro proprietà. Ho scritto già da qualche parte che «Quando ci si ritrova in questi discorsi, il rischio è sempre quello di sembrare i grandi giustificatori degli atti criminali, in fondo quel che si cerca qui di sostenere è che il confine tra quel che si considera giusto e quel che si considera sbagliato è troppo labile per perderci in generalizzazioni di questo tipo». 

 

Questa è la società che abbiamo, durante questi lunghi e complessi secoli, costruito. Riconosco a volte con amarezza e disillusione che il desiderio di un mondo più giusto e sicuramente più umano nel pieno senso della parola è una visione utopistica. Forse lo è sempre stata, forse lo sarà sempre.  Sono sistemi complessi che hanno un’altrettanto complessa moltitudine di “ragioni”. Non possiamo negare che figli e figlie della nostra cultura siamo costantemente incazzate e incazzati, senza sapere precisamente il perché. Tutto è così confuso. 

Siamo complici nel guardare un mondo di conflitti, nel vomitevole impigliarsi di una storia feticista. E noi nel nostro piccolo, con il nostro lavoro e il nostro blog cerchiamo di non esserlo. Le domande restano aperte, continuiamo a leggere e a formarci. Continuiamo a sederci su quel divano rosso e ascoltare chiunque in un modo o nell’altro ha esperito la violenza di fuori e di dentro. 

Qual è il confine tra la violenza legittima e illegittima?

 

Sono questi discorsi che lasceremo aperti per altri momenti di riflessione, più approfondita forse, meno pessimista. Ricomponiamoci gli animi per gioire anche un poco di tutto il lavoro svolto fino a oggi e di tutto quello che abbiamo davanti. 

A un anno dalla nascita del blog, sono molto grata per tutte le persone che hanno scritto qui, per tutte quelle che hanno letto e leggeranno le nostre parole. 

ALESSIA

Il permesso premio: Noodles e Fat Moe

LE PAROLE DI L

Il permesso premio «consente al detenuto di “uscire temporaneamente” dal carcere, per periodi non superiori a quindici giorni, fino ad un massimo di quarantacinque giorni all’anno, per coltivare interessi affettivi, culturali e di lavoro» Dott.ssa Francesca Saveria Sofia

Provvidenziale fu la legge del 10 ottobre 1986 numero 663 ovvero la “legge Gozzini” del Senatore Comunista Mario Gozzini con la quale si introdussero le misure alternative al carcere e tra queste i permessi premio ai detenuti.

ll “permesso premio” è quel beneficio premiale che ti consente la riappropriazione del tempo perduto e la valorizzazione di quello presente e futuro.
Ci si relaziona con i propri cari, si riassaporano “frammenti di libertà”, anche quando banalmente da ” semiliberi” si sorseggia un caffè al bar, si fa una corsa al parco o si carezza un cane.
E poi … diciamola tutta … si stemperano le ” tempeste ormonali “. Le giornate tornano ad essere non più ripetitive, non c’è più l’automatismo temporale che si vive dietro le sbarre dove a sovrastarci è la “predazione” del nostro tempo.
Al netto dell’emergenza climatica e dell’inquinamento ambientale si respira comunque il “profumo della libertà”. Capita spesso che, al primo permesso premio, parenti amanti conoscenti amici veri o presunti ti chiedano “cosa hai fatto per tutto questo tempo”.

La risposta, quella vera, dolce e malinconica è “sono andato a letto presto”. Proprio come Noodles (De Niro) rispondeva a Fat Moe (Larry Rapp) nel capolavoro cinematografico “C’era una volta in America” del 1984 del regista Sergio Leone.

Noodles Fat Moe i permessi premio.

ORSO M49

Il balcone della serenità

Ogni volta che arrivo in struttura, se A. non è al lavoro è in balcone a impiastricciarsi di terra. Il basilico, i fiori, le piante grasse del piccolo orto sono motivo di orgoglio: A. ti porta sempre a far vedere tutto e cerca di spiegarti il suo progetto su come intende migliorare sempre un po’ di più la disposizione dei vasi, la loro dimensione e ogni minima cosa con attenzione minuziosa per i dettagli. E ogni volta mi ricorda della pianta di piccoli melograni che gli ho promesso da mesi! 
LE PAROLE DI A

Qualche mese fa abbiamo deciso di rendere più accogliente il nostro balcone, trasformandolo in un piccolo orto.

È un’attività ricreativa e anche un momento di socialità in quanto coinvolge tutti: operatori e ospiti. Le piante che abbiamo deciso di acquistare per lo più sono piante grasse, ma anche da fiori. Principalmente me ne occupo io perché mi piace avere cura delle piante, infatti sono perito agrario ma è una passione che ho da quando ero piccolo.

In un contesto urbano in cui effettivamente c’è poco verde, è importante costruire degli spazi, anche sui balconi di casa, in cui si ritrova un contatto con la natura.

Il contatto con la natura, un contatto che si perde tra le fredde mura di una cella o di un semplice palazzo di città e si ritrova in questo caso su un balcone dove A. passa il suo tempo libero. Grazie all’orto in balcone, si ritrova la gioia dell’aver cura di qualcosa e il tempo di riflettere sul proprio presente e futuro: un futuro ormai prossimo e pensato “agricolo”.

 

Da quando sono arrivato nella struttura mi sono sentito finalmente quasi libero.

Libero anche quando si ha voglia di un piatto di pasta,ma soprattutto sono felice di non rientrare nel carcere a dormire. Prendermi cura delle piante del nostro balcone mi fa stare bene, mi riesco a rilassare mettendomi di buono umore, poi mi piace perché amo la natura e poi il nostro balcone è un punto di questa casa molto particolare: di sera ci passo molto tempo da solo a riflettere, ecco perché lo chiamo il balcone della serenità.

Il nome che A. ha voluto dare a questo articolo mi ha fatto subito sorridere. È una scelta lessicale che riflette largamente la condizione di un luogo colorato che ci fa subito rasserenare, anche nelle giornate poco soleggiate. Un luogo che porti nel cuore e nel quale torni a riflettere a fine giornata, tutti ne abbiamo uno. Il mio è una panchina fuori casa, per A. è il balcone abitato dalle sue amate piante, per voi? 

Prendere la patente – riscoprire l’entusiasmo nelle azioni quotidiane

In uno dei primi incontri, G si mostra entusiasta come un bambino per la novità della patente: ha appena superato l’esame teorico dopo mesi di studio e ne è super orgoglioso.

  1. L’arresto – la questione dei documenti;
  2. Assente dalla vita per un po’ – la relazione con gli altri;
  3. Prendere la patente – il giorno dell’esame;

L’arresto – la questione dei documenti

Quando vieni arrestato ti tolgono tutto: pure i lacci delle scarpe. Nel momento in cui esci ti ridanno quello che avevi, ma dipende dai casi. Per esempio, a me la patente l’hanno bloccata perché la mia condanna non era una cosa semplicina. Quindi ho dovuto ricominciare da capo, ma prima di farlo ho dovuto fare tutte le carte e ripartire da zero: vita nuova, patente nuova.

In tanti hanno detto “ma quando se la prende la patente questo!”.

Perché effettivamente prendere la patente oggi è molto più difficile rispetto a quando la presi io. Quando sono andato a scuola guida, erano tutti ragazzi giovani e mi sentivo molto a disagio.

Assente dalla vita per un po’ – la relazione con gli altri

Solo una signora conosceva la mia situazione, a lezione mi mettevo sempre dietro e ascoltavo l’istruttore che però non sapeva il motivo per cui stavo prendendo la patente a quest’età. Infatti un giorno me l’ha chiesto e io gli ho risposto “per 18-19 anni sono stato assente dalla vita”. Fortunatamente è stato chiamato dalla suddetta signora che gli ha spiegato la situazione e gli ha detto di evitare di parlarne davanti a tutti, così ha fatto.

Mi sentivo molto  a disagio: non voglio che le persone, soprattutto ragazzi giovani, mi guardino con timore, io voglio essere una persona normale.

Poi con il tempo ho preso un po’ di confidenza, ero l’unico a fare sempre domande e infatti sono stato anche ripreso dai ragazzi che mi hanno detto che parlavo solo io!

Lì ci sono andato per imparare chiaramente e questo dovevo fare, se non capivo facevo domande, era importante per me.

Prendere la patente – il giorno dell’esame

Quando siamo andati a fare l’esame ero teso come non mai, che ansia! 

Mi ha accompagnato l’educatore e dopo neanche 5 minuti avevo già concluso. Ho combinato un po’ di casino dentro l’aula, perché non riuscivo ad accendere il computer e tutto ma nessuno voleva aiutarmi perché è vietato parlare, poi per fortuna una ragazza mi ha detto come dovevo fare. 

Tornato a Casa la sera mi chiama la scuola guida: tutti bocciati tranne me. Avevo imparato a memoria TUTTE le domande, ho fatto i quiz sul telefono per 4 mesi durante ogni momento libero che avevo:  a pausa pranzo a lavoro, sui mezzi, la sera prima di andare a dormire… sempre!  Con costanza e impegno ci sono riuscito ed è per me motivo di orgoglio. 

Sono felice di aver preso la patente perché mi sento sempre più vicino alla normalità della vita quotidiana.

LE PAROLE DI G